Montesquieu
"ogni qualvolta si proibiscu una attività naturalmente consentita, non si fa altro che rendere disonesti coloro che la praticano".
Montesquieu, "Lo spirito della Legge"
sono passati oltre 200 anni, ma su questa massima si è purtroppo riflettuto molto poco...
Olanda. Piu’ coltivazione domestica della cannabis
Cannabis Indica
Le indiche sono piante originate intorno al 30° parallelo nella regione sub-himalayana dellÂ’Hindu Kush, cioè nel nord India, Afhanistan, Pakistan, Nepal. Normalmente non superano il metro e mezzo di altezza, sono tozze e robuste, hanno larghe foglie colore verde scuro, crescono con la tipica forma di alberello di natale, cioè con numerosi rami laterali. La distanza internodale, cioè la distanza tra una qualsiasi intersezione e la successiva è ridotta. Ciò comporta che durante la fioritura piccole cime crescono una accanto allÂ’altra fino a compattarsi insieme e dare origine a fiori di grosse dimensioni. Essendo originarie delle montagne, queste varietà si prestano alla crescita anche in climi freschi: molte varietà, specialmente quelle originarie dellÂ’Afghanistan, tendono ad assumere un colore porpora in condizioni di freddo intenso. Queste piante hanno un periodo di fioritura breve, solitamente compreso tra i 45 ed i 60 giorni. Dopo circa 3 settimane di fioritura iniziano a mostrare segni di imbiancamento sulle cime. La superficie dei calici (i piccoli mattoni di cui le cime sono fatte) è fittamente ricoperta di tricomi ghiandolari attivi. Questi tricomi, che visti al microscopio hanno la caratteristica forma di fungo, secernono la resina nella quale sono contenuti i principi attivi. La produzione di resina è molto abbondante non solo sui calici (e quindi sulle cime) ma anche sulle foglie intorno, e non è raro osservare il luccichio dei cristalli persino sulle grandi foglie a ventaglio. Il profumo delle cime secche è muschiato ed acrido, lÂ’aroma è pungente. LÂ’effetto è corporale, cioè di forte rilassamento sia delle mente che del corpo: in inglese si è “stoned”.
Alcune delle varietà indiche ed ibridi a forte prevalenza indica sono la Afghaan; la Citral, dal caratteristico aroma limoncino; la Northern Lights, una delle più desiderate, utilizzata spesso negli incroci. Sono indiche anche le varie “Hash Plants”.Marinol VS Marijuana
Abbiamo visto nel cap. 1 come la cannabis costituisse una importantissima medicina, accessibile a tutti, fino agli anni Â’30 del secolo scorso, e come repentinamente il Marihuana Tax Act, e le molte leggi ad esso“conformi”avessero di fatto cancellato la cannabis dalle farmacopee di tutto il mondo. Sul finire degli anni Â’60 lÂ’interesse per la medicina marijuana si riaccese. Un caso paradigmatico è quello di Lester Grinspoon, professore di psichiatria ad Harvard il quale racconta:
“Quando cominciai ad occuparmi della marijuana nel 1967 non dubitavo che si trattasse di una droga molto nociva [Â…] La mia intenzione era di descrivere scientificamente la natura e il grado di questa pericolosità. [Â…] Nei tre anni successivi, mentre passavo in rassegna la letteratura scientifica, medica e profana, il mio giudizio cominciò a cambiare. Arrivai a capire che anchÂ’io, come molte altre persone in questo paese, ero stato sottoposto ad un lavaggio del cervello. Le mie credenze circa la pericolosità della marijuana avevano scarso fondamento empirico.”
Così come Grinspoon, molti altri medici in tutto il mondo iniziarono a (ri)studiare la cannabis da un punto di vista scientifico. Oltre alle implicazione che i risultati di queste ricerche portarono e portano nel dibattito tra proibizionisti ed antiproibizionisti, sono emerse in medicina parecchie differenti possibili utilizzazioni. Un piccolo approfondimento è necessario, dato che in questo settore si concentrano rilevantissimi interessi economici. La marijuana può essere ancora utile come medicina? I derivati sintetici dei cannabinoidi sono migliori della marijuana per essere impiegati in medicina? Cosa comporta a livello economico e sociale una scelta tra i due?
Iniziamo innanzitutto a vedere cosa cÂ’è dentro la marijuana, quali sono perciò le sostanze in essa contenute suscettibili di utilizzazioni farmacologiche, e in quale ambito possono essere usate. “Il delta-9-tetraidrocannabinolo, il primo dei principi attivi ad essere isolato (Gaoni, Israele, 1964) è generalmente considerato il capostipite di queste sostanze: è quello su cui sono state effettuate più ricerche e a cui si attribuiscono la maggior parte degli effetti terapeutici noti. Mano noto ma altrettanto importante è il cannabidiolo (CBD). Si tratta di un cannabinoide non psicoattivo, privo cioè di effetti diretti sul cervello, ma tuttavia in grado di modulare lÂ’azione del THC, prolunganone la durata e limitandone gli effetti collaterali (Hollister, 1975; Shirakawa, 1975; Bird, 1980; Guardi, 1982). EÂ’ inoltre di per se dotato di una certa efficacia quale farmaco ansiolitico, anticonvulsionante e antinfiammatorio. Degli altri cannabinoidi si sa ancora molto poco.”
Passando ad esaminare in concreto gli usi terapeutici possibili possiamo dividerli, seguendo quanto lÂ’italiana Associazione per la Cannabis Terapeutica ha già fatto, in tre gruppi, a seconda del diverso grado di attendibilità delle ricerche svolte. Il primo gruppo, per il quale, secondo tale associazione, esisterebbero evidenze incontrovertibili, comprende il trattamento della nausea e del vomito nei pazienti in chemioterapia, e la stimolazione dellÂ’appetito nei pazienti affetti da AIDS. Un secondo gruppo, per il quali esisterebbero evidenze preliminari tali da giustificare sperimentazioni cliniche controllate sullÂ’uomo, comprende la sclerosi multipla, la terapia del dolore, effetti neuroprotettivi e antiossidanti (in casi di ictus e traumi cranici), glioblastomi, artrite reumatoide, epilessia e glaucoma. Un terzo gruppo, per il quali esiterebbero evidenze meritevoli di altri approfondimenti, comprende patologie quali la terapia dei tumori, lesioni midollari, malattie neurovegetative e asma bronchiale. Qualsiasi lettore, scorrendo questo elenco, può facilmente intuire che cÂ’è in gioco una posta altissima, da una parte lÂ’accesso da parte di milioni di malati a terapie nuove e molto promettenti; dallÂ’altra parte stanno le case farmaceutiche, colossi della finanza internazionale.
Il dato da cui conviene partire per una riflessione sul tema è considerare che questa medicina, come più volte affermato, è stata usata dallÂ’uomo da tempo immemorabile. Dopo lÂ’entrata in vigore del Marihuana Tax Act i pazienti hanno continuato a richiederla, perciò lÂ’obbiettivo delle case farmaceutiche è stato ed è, lÂ’approvvigionare i pazienti di marijuana, o almeno dei principi attivi in essa contenuti, in maniera legale.
Il risultato delle ricerche ha portato allÂ’introduzione sul mercato, nel 1985, del dronabinolo, conosciuto col nome commerciale di Marinol©. Questo farmaco contiene THC sintetico formulato in capsule per uso orale. Alcuni anni più tardi in Gran Bretagna viene introdotto un farmaco equivalente, il Nabilone (nome commerciale: Cesamet©).
Dunque da una parte abbiamo un “farmaco” (più correttamente un fitofarmaco) molto complesso, con oltre 60 tipi di principi attivi al suo interno; alcune sostanze modulano lÂ’assorbimento di altre, altre hanno funzioni antagoniste. Dato che la ricerca scientifica è continuamente ostacolata da motivi di carattere legale, non si è ancora giunti ad un livello di comprensione soddisfacente del “farmaco” marijuana. DallÂ’altra parte abbiamo due farmaci di sintesi, che contengono uno solo dei sessanta principi attivi. Se pure lÂ’effetto del THC naturale e di quello sintetico sono uguali, assumere marijuana o Marinol non può dare gli stessi effetti. In particolare si rileva che i due cannabinoidi sintetici sul mercato hanno alcuni difetti che ne hanno limitato lÂ’affermazione: a detta di molti pazienti, essi sarebbero meno efficaci e avrebbero una maggiore incidenza di effetti collaterali rispetto ai prodotti naturali, tuttÂ’oggi preferiti da molti (Grinspoon, 1997, cit.). Ciò probabilmente a causa dellÂ’assenza nei due farmaci commerciali del cannabidiolo, che modula lÂ’azione del THC. UnÂ’altro motivo per spiegare il mancato pieno successo commerciale lo si può trovare nelle modalità di assunzione: lÂ’inalazione, per esempio, ha una serie di vantaggi innegabili quanto a rapidità dÂ’azione e maggior biodisponibilità rispetto allÂ’assunzione orale (ovviamente tralasciando il fatto che se i fumi sono prodotti per combustione, si avranno tutti gli effetti negativi che ben conosciamo dal fumo di sigarette).
La ricerca si sta muovendo in queste due direzioni: farmaci che utilizzano in toto gli estratti della pianta (non solo THC quindi), e modalità di assunzione come uso di vaporizzatori, che garantiscano i vantaggi terapeutici del fumo, senza la tossicità di questÂ’ultimo.
Adesso che abbiamo tracciato delle linee guida, possiamo permetterci qualche considerazione ulteriore. Se le sostanze contenute nella marijuana hanno applicazioni terapeutiche, esse devono poter essere utilizzate. Il diritto alla salute è un diritto primario nelle Costituzioni di tutti i paesi moderni, ed è sancito in Italia dallÂ’art. 32 della nostra Carta Costituzionale. In particolare il caso ha voluto che la marijuana abbia un carattere da medicina “compassionevole”, utile in molti casi per sopportare il dolore o per lenire i durissimi effetti collaterali di farmaci indispensabili per la lotta contro gravi patologie (es: chemioterapia). Essa non è solo attiva come farmaco, ma anche come modulatore dellÂ’umore, grazie alle sue proprietà psicoattive. Una organizzazione come lÂ’OMS definisce la salute non solo come assenza di malattia, ma come qualcosa che riflette il benessere completo della persona. Non si capisce perciò come ci si ostini ad osteggiare la accettazione piena e completa della marijuana come farmaco, perlomeno per quelle patologie dove si abbia quello stesso grado di certezza e sicurezza che caratterizza tutti gli altri farmaci in commercio. E ciò soltanto perché, oltre allÂ’effetto terapeutico, abbiamo effetti secondari, che sono poi gli stessi che milioni di consumatori voluttuari provano ogni giorno quando si accendono uno spinello. Inoltre dobbiamo mettere lÂ’accento sul fatto che non sempre occorre ricorrere al THC per avere efetti terapeutici. E che lÂ’effetto “high”, ben tollerato e vissuto come un piacevole effetto collaterale da una parte dei pazienti, può essere non desiderabile per unÂ’altra gran parte dei malati. Per molte patologie i dosaggi sono così ridotti da non comportare effetti collaterali. Non sempre è così: pensiamo ad un malato di glaucoma, che abbisogna di alte dosi di THC ogni 6 ore circa per tenere sotto controllo la pressione intraoculare; per questa persona potrebbe essere molto difficile conciliare lavoro e terapia. EÂ’ perciò auspicabile che la ricerca medica pura dedichi maggiori attenzioni alla comprensione generale del sistema dei cannabiniodi, anche nelle interazioni tra loro, così che la tecnologia farmaceutica possa compiere passi in avanti in queste direzioni. Le moderne tecnologie applicate alla produzione in serra di marijuana, consentono una standardizzazione del prodotto, tale da renderlo idoneo allÂ’uso medico, sia direttamente, sia per estratti e preparazioni speciali.
Per riassumere abbiamo da una parte una medicina usata da millenni, assolutamente economica, sicura (non esiste un solo caso documentato di morte da marijuana, mentre in un solo anno negli USA muoiono dalle 500 alle 1000 persone per emorragie causate dallÂ’aspirina) ben accettata dai pazienti, che può senzÂ’altro conoscere, se verranno avviate sperimentazioni serie e sistematiche, una grande espansione. DallÂ’altra parte abbiamo farmaci sintetici, per i quali è palese che manca qualcosa al loro interno, che non incontrano il gradimento dei pazienti, che sono costosi. Perché dunque vietare la marijuana in ambito medico?
Anche in questo caso il solo motivo plausibile è di ordine economico. Le potenzialità della medicina marijuana sono tante e tali da terrorizzare le case farmaceutiche; se fosse legalizzata esse vedrebbero sfumare una fetta consistente del loro fatturato. Inoltre, quale pianta, la marijuana non è brevettabile, e seppure esse, investendo in ricerca, creassero una nuova varietà di marijuana focalizzata per particolari usi medici, essa sarebbe facilmente riproducibile. In parole povere non è possibile speculare su di essa. Al momento non è possibile prevedere un cambiamento di questa politica. Ciò che è certo è che al momento è interesse primario delle case farmaceutiche a far si che la marijuana resti illegale. Vi è anche lÂ’aspetto morale. La marijuana è ritenuta una droga, quindi il male, che porta allÂ’eroina, un altro male. Fino a che questa credenza resterà radicata nellÂ’immaginario collettivo, è facile per la classe politica sfruttare la situazione e continuare a proibirla.
I nemici della marijuana
Perché Hearst era spevantato dal potenziale della cannabis?
La carta prodotta dagli alberi è infinitamente più scadente di quella prodotta dalla fibra di canapa: la carta da albero ha una vita media di soli 25 - 75 anni (contro le diverse centinaia, o addirittura migliaia della carta da canapa), può essere riciclata solo 4 volte prima di perdere le sue proprietà (la carta da canapa può esserlo centinaia di volte restando uguale a se stessa). La cellulosa proveniente dagli alberi deve essere trattata con solventi chimici, mentre quella proveniente dalla canapa non ne ha bisogno; si potrebbe pensare allora che vi sia una questione di convenienza economica: niente di più falso, dato che la canapa dà quattro volte la quantità di cellulosa per acro che dà una foresta. E alla fine abbiamo inoltre salvato la foresta stessa. Inoltre coltivare la canapa dà una serie di effetti collaterali particolarmente positivi per lÂ’ambiente: previene lÂ’erosione del suolo, e quindi la desertificazione, grazie al forte apparato radicale di ogni pianta; limita lÂ’utilizzo di pesticidi, dato che è molto robusta. Ma soprattutto, se si lascia sul terreno tutte le parti della pianta che non vengono utilizzate (e non sono tante) queste durante lÂ’inverno restituiscono alla terra quasi tutti gli elementi assorbiti durante la vegetazione, fondamentali per mantenere il terreno fertile per i raccolti successivi. In sintesi non esiste nessuna altra pianta che abbia, in qualsiasi situazione, un impatto ambientale così basso da essere praticamente nullo. Per quanto ci interessa, appare chiara la ragione per cui Hearst aveva paura: era consapevole di avere un mano un prodotto (la carta prodotta con cellulosa da alberi) che avrebbe potuto ancora subire la concorrenza della carta prodotta dalla canapa.
Il rapporto Nixon sulla Marijuana
Per ultimo scese in campo il governo statunitense, per mano del presidente Nixon. LÂ’obbiettivo era ancora una volta dimostrare la estrema pericolosità della marijuana. E, ancora una volta, i risultati erano di segno opposto, a cominciare dal titolo del report “Marihuana, un segnale di incomprensione”[1]. Questo studio, veramente multidisciplinare, inizia mettendo il problema marijuana in prospettiva: non solo unÂ’analisi contingente, come quella scaturita dal report La Guardia, ma anche un iniziale inquadramento storico, medico, sociale. Viene prima analizzata dal punto di vista del consumatore, quali effetti ha su lui, e quali di questi si possano riflettere sulla società. Si passa poi a considerarla in rapporto con la salute pubblica e lÂ’ordine pubblico, per poi concludere lÂ’analisi descrivendo il ruolo giocato dalla marijuana nella società americana. Il Capitolo 5, intitolato “Marihuana e politica sociale” è quello più interessante dal nostro punto di vista, perché, pur evitando una decisa presa di posizione finale, costituisce il completamento e coronamento dellÂ’analisi precedente. Esso si apre col paragrafo “Droghe e Responsabilità Sociale” che esordisce
“The use of drugs is not in itself an irresponsible act. Medical and scientific uses serve important individual and social needs and are often essential to our physical and mental well-being. Further, the use of drugs for pleasure or other non-medical purposes is not inherently irresponsible; alcohol is widely used as an acceptable part of social activities.[...] We do think the use of drugs is clearly irresponsible when it impedes the individual's integration into the economic and social system [... ]Drugs should be servants, not masters. They become masters when they dominate an individual's existence or impair his faculties. To the extent that any drug, including alcohol, carries with it risks to the well-being of the user and seriously undermines his effectiveness in the society, that drug becomes a matter of concern for public policy.”[2]
Una volta infranto il muro di fantasie aberranti costruite sulla cannabis negli anni Â’30, il nocciolo della questione viene riportato in un diverso alveo. LÂ’uso della droga, che di per se è considerato neutro, si scontra coi doveri che ogni persona ha nei confronti dellÂ’altro, quindi della dimensione collettiva dellÂ’esistenza, che nelle società moderne si identifica con lo Stato. Così la droga non è pericolosa di per se, ma se e in quanto capace di impedire lÂ’integrazione sociale ed economica della persona. La droga deve essere una serva che porta benessere alla persona; ma poi, più realisticamente si considera che esiste sempre il rischio che essa si trasformi in padrone, e spezzi le relazioni tra individuo e collettività. Si tratta quindi, nel selezionare una public policy adeguata, di trovare il giusto punto di equilibrio in una scala, che ha per estremi da una parte chi considera nullo il pericolo di ogni droga, e dallÂ’altra chi vede in esse una accoppiata automatica droga-crimine. Il documento prende alla fine in esame le quattro possibili soluzioni che in astratto paiono possibili per impostare una public policy sulle droghe: approvazione dellÂ’uso, eliminazione dellÂ’uso, scoraggiamento dellÂ’uso, neutralità riguardo allÂ’uso. E trova il suo fine nel rigettare le prime due posizioni, come pure la neutralità, per concludere:
“FOR THESE REASONS, WE RECOMMEND TO THE PUBLIC AND ITS POLICY-MAKERS A SOCIAL CONTROL POLICY SEEKING TO DISCOURAGE MARIHUANA USE, WHILE CONCENTRATING PRIMARILY ON THE PREVENTION OF HEAVY AND VERY HEAVY USE.”[3]
Questo report segna un profondo cambiamento di vedute, rispetto a quelle che erano state fino ad allora le linee guida della politica del governo americano sulle droghe in gnerale e sulla marijuana in particolare. I suoi risultati sono però rimasti completamente disattesi nella pratica, e, in seguito ad esso, nessuna importante modifica legislativa è intervenuta. Non è un mistero per nessuno che i governi accettano o rigettano studi scientifici sulla base delle loro corrispondenza o meno con le politiche desiderate. Nixon mise in piedi la sua commissione per determinare un inasprimento della politica repressiva sulla marijuana e dopo parecchi anni di ricerche si sentì offrire la risposta che la proibizione non è la migliore alternativa possibile. Poiché il risultato era politicamente inaccettabile per Nixon e i suoi guerrieri della droga, egli ne ignorò le raccomandazioni.
Al momento, negli USA lÂ’uso ed il possesso di marijuana sono regolati dal Comprehensive Drug Abuse Prevention and Control Act del 1970. Secondo la legge federale, la marijuana è inserita nella tabella I, come lÂ’eroina: a queste sostanze non viene riconosciuto alcun impiego terapeutico, e sono ritenute pericolose anche se usate sotto controllo medico. Non possono essere prescritte né vendute in farmacia. La marijuana non ha dunque nessun futuro nella medicina occidentale?
[1] National Commission on Marihuana and Drug Abuse (Shaffler R.P. Chairman) - Marihuana: A Signal of Misunderstanding (1 vol. + 2 appendices) - US Government Print Office, 1972. Internet: http://www.drugtext.org/library/reports/ ultimo accesso
[2] Trad: LÂ’uso di droghe non è di per se un atto irresponsabile. Gli usi medici e scientifici servono importanti bisogni individuali e sociali, e sono spesso essenziali per il nostro benessere fisico e mentale. Inoltre, lÂ’uso delle droghe per piacere o per altri scopi non medici non è intrinsecamente irresponsabile. LÂ’alcool è ampiamente usato come una parte accettabile delle attività sociali [Â…] Riteniamo che lÂ’uso di droghe sia chiaramente irresponsabile quando impedisce lÂ’integrazione dellÂ’individuo nel sistema sociale ed economico. [Â…] Le droghe dovrebbero essere servi e non maestri. Esse divengono maestri quando dominano lÂ’esistenza di un individuo o indeboliscono le sue facoltà. Fino al punto che ogni droga, incluso lÂ’alcool, porta con se i rischi per il benessere del consumatore e mina seriamente la sua effettività nella società, così che la droga diviene una materia che concerne la politica pubblica.”
[3] Trad: Per queste ragioni raccomandiamo alla collettività e ai suoi politici una politica di controllo sociale che cerchi di scoraggiare lÂ’uso di marihuana, mentre ci si concentri primariamente nel prevenire lÂ’uso pesante o molto pesante”.
Hippies e Marijuana
Nonostante lÂ’inasprirsi dei divieti, a partire dagli anni Â’60, lÂ’uso a scopo ricreativo della marijuana conosce una esplosione senza precedenti. Ciò è dovuto ad una serie di fattori concomitanti: il contatto di molti giovani nord americani con la gioventù asiatica nelle guerre di Corea e Vietnam, come pure le visite pacifiche di molti giovani occidentali in India e nei paesi Himalayani. La cannabis, così come altre droghe, è stata una dei costituenti del movimento Pop, ed è stata cantata da grandi del rock e del pop (Es. la canzone “Purple Haze” di Jimi Hendrix). Una grande importanza la hanno avuta i grandi sperimentatori, come William S. Burroughs (La scimmia sulla schiena), e il gruppo di Harvard (Allen Ginsberg, Aldous Huxley, Thimoty Leary, Carlos Castaneda): così come i cantanti ne hanno ispirato lÂ’uso, queste persone hanno senzÂ’altro fornito una giustificazione psicologica e scientifica per lÂ’uso di droghe, tra cui la marijuana. Essa si diffondeva ovunque, nelle Facoltà europee occupate nel Â’68, fino agli oceanici raduni musicali (Woodstock, 1967). Questo improvviso aumento di popolarità costrinse i governi per la prima volta a preoccuparsi dei risvolti sociali del problema: si era alle prese con una sostanza che da una parte era severamente vietata dai trattati e quindi dalle leggi locali di gran parte dei paesi della terra. DallÂ’altra parte vi era il dato di fatto che milioni di persone, soprattutto giovani, fumavano marijuana, lo facevano alla luce del sole, ed erano pure convinti che facesse bene, che migliorasse le relazioni sociali, che facesse bene alla vita sessuale, che li aiutasse a difendersi dallo stress quotidiano. La polizie di mezzo mondo si trovavano davanti folle oceaniche di consumatori di droghe (marijuana, ma anche LSD ed altro), ma non potevano arrestare tutti (dal Vietnam in America alle contestazioni studentesche ed operaie in Europa, cÂ’erano ben altri motivi per scontrarsi). Pertanto negli anni successivi molti governi decisero di compiere ulteriori indagini: non solo nei paesi occidentali che avevano accettato la visione americana sulle droghe, ma nellÂ’America stessa, ci si interrogava sulla bontà della legislazione sulle droghe in generale, e sulla marijuana in particolare. Il primo governo che affrontò il problema fu quello del Regno Unito.
Le prospettive mediche degli ultimi 30 anni (cenni); Marinol contro Marijuana.
Abbiamo visto nel cap. 1 come la cannabis costituisse una importantissima medicina, accessibile a tutti, fino agli anni Â’30 del secolo scorso, e come repentinamente il Marihuana Tax Act, e le molte leggi ad esso“conformi”avessero di fatto cancellato la cannabis dalle farmacopee di tutto il mondo. Sul finire degli anni Â’60 lÂ’interesse per la medicina marijuana si riaccese. Un caso paradigmatico è quello di Lester Grinspoon, professore di psichiatria ad Harvard il quale racconta:
“Quando cominciai ad occuparmi della marijuana nel 1967 non dubitavo che si trattasse di una droga molto nociva [Â…] La mia intenzione era di descrivere scientificamente la natura e il grado di questa pericolosità. [Â…] Nei tre anni successivi, mentre passavo in rassegna la letteratura scientifica, medica e profana, il mio giudizio cominciò a cambiare. Arrivai a capire che anchÂ’io, come molte altre persone in questo paese, ero stato sottoposto ad un lavaggio del cervello. Le mie credenze circa la pericolosità della marijuana avevano scarso fondamento empirico.”[1]
Così come Grinspoon, molti altri medici in tutto il mondo iniziarono a (ri)studiare la cannabis da un punto di vista scientifico. Oltre alle implicazione che i risultati di queste ricerche portarono e portano nel dibattito tra proibizionisti ed antiproibizionisti, sono emerse in medicina parecchie differenti possibili utilizzazioni. Un piccolo approfondimento è necessario, dato che in questo settore si concentrano rilevantissimi interessi economici. La marijuana può essere ancora utile come medicina? I derivati sintetici dei cannabinoidi sono migliori della marijuana per essere impiegati in medicina? Cosa comporta a livello economico e sociale una scelta tra i due?
Iniziamo innanzitutto a vedere cosa cÂ’è dentro la marijuana, quali sono perciò le sostanze in essa contenute suscettibili di utilizzazioni farmacologiche, e in quale ambito possono essere usate. “Il delta-9-tetraidrocannabinolo, il primo dei principi attivi ad essere isolato (Gaoni, Israele, 1964) è generalmente considerato il capostipite di queste sostanze: è quello su cui sono state effettuate più ricerche e a cui si attribuiscono la maggior parte degli effetti terapeutici noti. Mano noto ma altrettanto importante è il cannabidiolo (CBD). Si tratta di un cannabinoide non psicoattivo, privo cioè di effetti diretti sul cervello, ma tuttavia in grado di modulare lÂ’azione del THC, prolunganone la durata e limitandone gli effetti collaterali (Hollister, 1975; Shirakawa, 1975; Bird, 1980; Guardi, 1982). EÂ’ inoltre di per se dotato di una certa efficacia quale farmaco ansiolitico, anticonvulsionante e antinfiammatorio. Degli altri cannabinoidi si sa ancora molto poco.”[2]
Passando ad esaminare in concreto gli usi terapeutici possibili possiamo dividerli, seguendo quanto lÂ’italiana Associazione per la Cannabis Terapeutica ha già fatto, in tre gruppi, a seconda del diverso grado di attendibilità delle ricerche svolte. Il primo gruppo, per il quale, secondo tale associazione, esisterebbero evidenze incontrovertibili, comprende il trattamento della nausea e del vomito nei pazienti in chemioterapia, e la stimolazione dellÂ’appetito nei pazienti affetti da AIDS. Un secondo gruppo, per il quali esisterebbero evidenze preliminari tali da giustificare sperimentazioni cliniche controllate sullÂ’uomo, comprende la sclerosi multipla, la terapia del dolore, effetti neuroprotettivi e antiossidanti (in casi di ictus e traumi cranici), glioblastomi, artrite reumatoide, epilessia e glaucoma. Un terzo gruppo, per il quali esiterebbero evidenze meritevoli di altri approfondimenti, comprende patologie quali la terapia dei tumori, lesioni midollari, malattie neurovegetative e asma bronchiale. Qualsiasi lettore, scorrendo questo elenco, può facilmente intuire che cÂ’è in gioco una posta altissima, da una parte lÂ’accesso da parte di milioni di malati a terapie nuove e molto promettenti; dallÂ’altra parte stanno le case farmaceutiche, colossi della finanza internazionale.
Il dato da cui conviene partire per una riflessione sul tema è considerare che questa medicina, come più volte affermato, è stata usata dallÂ’uomo da tempo immemorabile. Dopo lÂ’entrata in vigore del Marihuana Tax Act i pazienti hanno continuato a richiederla, perciò lÂ’obbiettivo delle case farmaceutiche è stato ed è, lÂ’approvvigionare i pazienti di marijuana, o almeno dei principi attivi in essa contenuti, in maniera legale.
Il risultato delle ricerche ha portato allÂ’introduzione sul mercato, nel 1985, del dronabinolo, conosciuto col nome commerciale di Marinol©. Questo farmaco contiene THC sintetico formulato in capsule per uso orale. Alcuni anni più tardi in Gran Bretagna viene introdotto un farmaco equivalente, il Nabilone (nome commerciale: Cesamet©).
Dunque da una parte abbiamo un “farmaco” (più correttamente un fitofarmaco) molto complesso, con oltre 60 tipi di principi attivi al suo interno; alcune sostanze modulano lÂ’assorbimento di altre, altre hanno funzioni antagoniste. Dato che la ricerca scientifica è continuamente ostacolata da motivi di carattere legale, non si è ancora giunti ad un livello di comprensione soddisfacente del “farmaco” marijuana. DallÂ’altra parte abbiamo due farmaci di sintesi, che contengono uno solo dei sessanta principi attivi. Se pure lÂ’effetto del THC naturale e di quello sintetico sono uguali, assumere marijuana o Marinol non può dare gli stessi effetti. In particolare si rileva che i due cannabinoidi sintetici sul mercato hanno alcuni difetti che ne hanno limitato lÂ’affermazione: a detta di molti pazienti, essi sarebbero meno efficaci e avrebbero una maggiore incidenza di effetti collaterali rispetto ai prodotti naturali, tuttÂ’oggi preferiti da molti.[3] Ciò probabilmente a causa dellÂ’assenza nei due farmaci commerciali del cannabidiolo, che modula lÂ’azione del THC. UnÂ’altro motivo per spiegare il mancato pieno successo commerciale lo si può trovare nelle modalità di assunzione: lÂ’inalazione, per esempio, ha una serie di vantaggi innegabili quanto a rapidità dÂ’azione e maggior biodisponibilità rispetto allÂ’assunzione orale (ovviamente tralasciando il fatto che se i fumi sono prodotti per combustione, si avranno tutti gli effetti negativi che ben conosciamo dal fumo di sigarette).
La ricerca si sta muovendo in queste due direzioni: farmaci che utilizzano in toto gli estratti della pianta (non solo THC quindi), e modalità di assunzione come uso di vaporizzatori, che garantiscano i vantaggi terapeutici del fumo, senza la tossicità di questÂ’ultimo.
Adesso che abbiamo tracciato delle linee guida, possiamo permetterci qualche considerazione ulteriore. Se le sostanze contenute nella marijuana hanno applicazioni terapeutiche, esse devono poter essere utilizzate. Il diritto alla salute è un diritto primario nelle Costituzioni di tutti i paesi moderni, ed è sancito in Italia dallÂ’art. 32 della nostra Carta Costituzionale. In particolare il caso ha voluto che la marijuana abbia un carattere da medicina “compassionevole”, utile in molti casi per sopportare il dolore o per lenire i durissimi effetti collaterali di farmaci indispensabili per la lotta contro gravi patologie (es: chemioterapia). Essa non è solo attiva come farmaco, ma anche come modulatore dellÂ’umore, grazie alle sue proprietà psicoattive. Una organizzazione come lÂ’OMS definisce la salute non solo come assenza di malattia, ma come qualcosa che riflette il benessere completo della persona. Non si capisce perciò come ci si ostini ad osteggiare la accettazione piena e completa della marijuana come farmaco, perlomeno per quelle patologie dove si abbia quello stesso grado di certezza e sicurezza che caratterizza tutti gli altri farmaci in commercio. E ciò soltanto perché, oltre allÂ’effetto terapeutico, abbiamo effetti secondari, che sono poi gli stessi che milioni di consumatori voluttuari provano ogni giorno quando si accendono uno spinello. Inoltre dobbiamo mettere lÂ’accento sul fatto che non sempre occorre ricorrere al THC per avere efetti terapeutici. E che lÂ’effetto “high”, ben tollerato e vissuto come un piacevole effetto collaterale da una parte dei pazienti, può essere non desiderabile per unÂ’altra gran parte dei malati. Per molte patologie i dosaggi sono così ridotti da non comportare effetti collaterali. Non sempre è così: pensiamo ad un malato di glaucoma, che abbisogna di alte dosi di THC ogni 6 ore circa per tenere sotto controllo la pressione intraoculare; per questa persona potrebbe essere molto difficile conciliare lavoro e terapia. EÂ’ perciò auspicabile che la ricerca medica pura dedichi maggiori attenzioni alla comprensione generale del sistema dei cannabiniodi, anche nelle interazioni tra loro, così che la tecnologia farmaceutica possa compiere passi in avanti in queste direzioni. Le moderne tecnologie applicate alla produzione in serra di marijuana, consentono una standardizzazione del prodotto, tale da renderlo idoneo allÂ’uso medico, sia direttamente, sia per estratti e preparazioni speciali.
Per riassumere abbiamo da una parte una medicina usata da millenni, assolutamente economica, sicura (non esiste un solo caso documentato di morte da marijuana, mentre in un solo anno negli USA muoiono dalle 500 alle 1000 persone per emorragie causate dallÂ’aspirina)[4] ben accettata dai pazienti, che può senzÂ’altro conoscere, se verranno avviate sperimentazioni serie e sistematiche, una grande espansione. DallÂ’altra parte abbiamo farmaci sintetici, per i quali è palese che manca qualcosa al loro interno, che non incontrano il gradimento dei pazienti, che sono costosi. Perché dunque vietare la marijuana in ambito medico?
Anche in questo caso il solo motivo plausibile è di ordine economico. Le potenzialità della medicina marijuana sono tante e tali da terrorizzare le case farmaceutiche; se fosse legalizzata esse vedrebbero sfumare una fetta consistente del loro fatturato. Inoltre, quale pianta, la marijuana non è brevettabile, e seppure esse, investendo in ricerca, creassero una nuova varietà di marijuana focalizzata per particolari usi medici, essa sarebbe facilmente riproducibile. In parole povere non è possibile speculare su di essa. Al momento non è possibile prevedere un cambiamento di questa politica. Ciò che è certo è che al momento è interesse primario delle case farmaceutiche a far si che la marijuana resti illegale. Vi è anche lÂ’aspetto morale. La marijuana è ritenuta una droga, quindi il male, che porta allÂ’eroina, un altro male. Fino a che questa credenza resterà radicata nellÂ’immaginario collettivo, è facile per la classe politica sfruttare la situazione e continuare a proibirla.
[1] L. Grinspoon, J.B. Bakalar, “ Marijuana, la medicina proibita”, Milano, (2002) p. XV
[2] Definizioni dei cannabinoidi tratte da: Associazione Cannabis Terapeutica, “Erba Medica, Usi Terapeutici della Cannabis”, Viterbo, (2002) pp. 46 47
[3] L. Grinspoon, “Marijuana, la medicina proibita”, Milano, (2002), p. 210
[4] L. Grinspoon, “Marijuana, la medicina proibita”, Milano, (2002), p. 7
La Drug Policy č davvero in grado di influenzare l'uso di sostanze?
Prima di tirare le conclusioni di tutto il lavoro resta da porsi unÂ’ultima domanda, e cioè se ed in quale misura una politica sulle droghe sia in grado, nel breve, medio o lungo periodo di influenzare lÂ’uso di sostanze. Al variare dellÂ’atteggiamento dello stato, ad esempio attraverso lÂ’emanazione di una nuova normativa, cambiamo anche i comportamenti dei consumatori?
Ci è molto utile, per abbozzare una risposta a questo quesito, uno studio realizzato dal CEDRO di Amsterdam da Cohen ed Hendrien nel 2001, in collaborazione con sociologi delle Università di Brema e San Francisco. Obiettivo della ricerca è monitorare i dati sul consumo di droghe nelle tre città, Amsterdam, nella quale da oltre un quarto di secolo è stato introdotto un regime di tolleranza verso le droghe leggere e di monitoraggio dellÂ’uso delle droghe pesanti; Brema e San Francisco quali campioni di città europee ed Americane in cui per contro vige un regime di proibizione. La ricerca, pur prendendo in esame tutte le droghe risulta particolarmente focalizzata sulla cannabis, poiché, sottolineano gli autori, ad Amsterdam il consumo non è nascosto ma regolato attraverso normali strumenti di controllo sociale. Si può quindi provare a ricostruire una vera e propria “carriera” del consumatore di cannabis e metterla poi a confronto coi consumatori di cannabis in Brema e San Francisco. Per scendere più in profondità nella costruzione di tale carriera vengono elaborati dodici argomenti:
Iniziazione allÂ’uso di cannabis
Livello di uso nel tempo
Percorso dellÂ’uso attraverso il tempo
Abbandono e diminuzione dellÂ’uso
Uso di altre droghe o combinazioni di droghe
Comprare cannabis
Contesto nel quale la cannabis viene usata
Vantaggi e svantaggi
Effetti prevalenti dellÂ’uso
Abitudini circa la cannabis e gli altri consumatori
La questione della dipendenza, da un punto di vista soggettivo e secondo i parametri DSM-IV
Uso della cannabis al lavoro[1]
Il primo risultato eclatante lo troviamo già nella prima tabella in esame: da essa emerge che, scorrendo i dati relativi al consumo lifetime (cioè nellÂ’arco di tutta la vita), si rileva che ad Amsterdam il 34,5% del campione (popolazione adulta dai 18 ai 70 anni) ha provato la cannabis. La percentuale scende al 14,7% per Brema ma è del 62,2% per San Francisco. Dunque nel paese in cui da quasi 70 anni si combatte la più grande crociata contro le droghe della storia, vede in una delle sue città più popolose una percentuale di consumatori di cannabis quasi doppia rispetto ad Amsterdam, dove da quasi 30 anni si segue invece la strada opposta. Si passa poi ad analizzare più da vicino questi consumatori per capire chi sono. Dalle tabelle si rileva che essi sono un gruppo assolutamente eterogeneo, per età, sesso, impiego, reddito. Ovunque i consumatori hanno un medio alto livello di istruzione (circa lÂ’80% ad Amsterdam ed il 70% a Brema hanno almeno il diploma secondario; la metà di questi ha almeno una laurea). Successivamente si analizza il collegamento con altre droghe quali MDMA (ecstasy), cocaina ed eroina. I soggetti, consumatori di cannabis, che hanno consumato (almeno una volta) anche cocaina sono il 41,7% ad Amsterdam e il 35,6% a San Francisco; MDMA: 18,8% ad Amsterdam e 19% a San Francisco; eroina: 10,6% ad Amsterdam e 9,1% a San Francisco. Escludendo la piccola differenza riguardo alla cocaina, per il resto i dati sono molto simili.
Se si vanno ad analizzare invece i dati relativi a quale droga viene usata in prevalenza si rileva che San Francisco ha, e di gran lunga, il primato per quanto riguarda i consumatori di eroina, cocaina ed ecstasy, seguita, ma a grande distanza, da Amsterdam e poi Brema.[2]
Non pare avere dato grossi frutti la politica di estremo rigore americana: vale la pena ricordare che in America il possesso ad uso personale (cannabis o altre droghe, ciò non fa differenza) può portare a severe condanne; ad Amsterdam, seppure le droghe pesanti sono del pari proibite (poiché comportano rischi non accettabili secondo quellÂ’ordinamento) è molto difficile andare in galera per modiche quantità, mentre è, per esempio, sempre possibile rivolgersi a strutture pubbliche per verificare la composizione della “roba” appena acquistata.
LÂ’analisi successiva prende in esame nel dettaglio lo stile di vita dei consumatori, nellÂ’ottica di misurare il loro livello di integrazione sociale: i parametri sono forniti dal livello di istruzione, presenza o assenza di un impiego, le caratteristiche dellÂ’impiego stesso, il numero di ore lavorate in un certo intervallo di tempo, il reddito; si prendono inoltre in esame le relazioni familiari, quali lÂ’avere un partner stabile o meno, presenza eventuale di figli; altri parametri vengono elaborati a partire da quesiti sul tempo libero, e la frequenza delle uscite per andare al ristorante cinema ecc. In totale le variabili ambientali sono 17: i risultati, seppur non coincidenti, ci danno una fotografia dei consumatori che è incredibilmente simile in tutte e tre le città[3]. LÂ’ultimo quesito è particolarmente interessante, e riguarda la percentuale di persone che hanno subito condanne penali negli ultimi quattro anni: Brema 5%, Amsterdam 4%, San Francisco 2%. Cohen ed Hendrien commentano così i dati in loro possesso:
The respondents in this study are mostly between their mid-twenties and mid-forties, and have a steady partner although just less than half is living alone. They tend to have no children, are well educated, are in stable employment and earn well. Furthermore, they seem to be outgoing and not particularly criminal. Although there are some differences between the three samples (respondents in
Finally, respondents were asked about their criminal past. It was found that only a very small proportion of respondents had been convicted of a felony in the four years before interview, and that there was no difference between the three samples on this account .[4]
Lasciando per adesso in sospeso lÂ’interpretazione di questi dati, continuando nella lettura troviamo altre importanti informazioni. LÂ’età media della prima esperienza con la cannabis è di 16 anni, senza differenze tra le tre città. In quasi 9 casi su 10 lo spinello è stato offerto da qualcuno e non acquistato; quel qualcuno è talvolta un amico, ma più spesso un gruppo di amici. Questi dati sono straordinariamente omogenei nelle tre città. Si passa poi ad analizzare nel dettaglio le “carriere” dei consumatori: quantità usate, frequenza, intensità dello sballo (high), distribuzione dellÂ’uso durante il giorno o la settimana: anche qui i risultati non mostrano grandi differenze. I consumatori ad Amsterdam tendono a farne uso per un periodo più lungo, ma in tutti e tre i gruppi, nel 50% dei casi il percorso tende ad essere sempre aumento della dose, fino a toccare un picco e poi ridiscendere. Non ci sono grandi differenze quanto alla frequenza di assunzione, e riguardo alla quantità consumata in un certo definito periodo. Quanto allÂ’intensità dello sballo, i consumatori che si autodefiniscono più soddisfatti sono quelli di San Francisco. Quanto al metodo di uso, le sigarette di marijuana miste a tabacco sono prevalenti in Amsterdam, mentre a San Francisco è più popolare lo spinello “puro”; Brema si colloca a metà strada. Se valutiamo poi il dato successivo, relativo alla potenza che si desidera per il proprio spinello, vediamo che ad Amsterdam prevale lÂ’uso di varietà a contenuto medio basso di THC, mentre tedeschi ed americani desiderano livelli medio alti di potenza. Nei tre campioni, una percentuale uguale (70%) ha dichiarato che userebbe meno cannabis se questa fosse più potente. Una percentuale simile la si riscontra anche nel numero di persone che affermano di darsi delle regole (es. fissando una quantità massima, o programmando intervalli regolari di non-uso, non usandola durante il lavoro o lo studio) quando usano marijuana. La stragrande maggioranza delle persone, una volta che si è data delle regole, le seguono scrupolosamente. Vale la pena sottolineare come la maggior parte dei consumatori (la totalità ad Amsterdam e Brema, oltre lÂ’80% in San Francisco) che affermano che ci sono situazioni in cui essi riconoscono inopportuno il consumo e perciò lo evitano.
Il capitolo 6.3 dello studio è dedicato alla cannabis e le emozioni:
The emotions mentioned by the respondents in all three cities are clearly positive feelings, such as being relaxed, feeling good, cheerfulness and happiness (Table 6.11). Negative emotions were mentioned as well, but by far fewer respondents. However, the proportions were similar in the three samples: depression, feeling bad, tension, worries and problems were mentioned by between 10-16 per cent of respondents.[5]
Si passa poi di nuovo ad esaminare dati di tipo comportamentale, particolarmente interessante è che la maggior parte dei consumatori si da un budget per lÂ’acquisto di cannabis, e poi lo rispetta. Ancor più interessante è la risposta alla domanda “la cannabis è mai stata troppo costosa per te?”: per circa 4 persone su 5 la risposta è stata no, con minime differenze tra i tre campioni. Inoltre quasi nessuno (meno del 5%) ha dichiarato che aumenterebbe lÂ’uso se il prezzo fosse inferiore, anche sensibilmente. Per contro circa il 60% ha affermato che non modificherebbe le proprie abitudini se il prezzo fosse superiore (anche qui differenze minime tra i campioni).
LÂ’ultima parte di questo studio ha come obbiettivo il misurare lo stato di soddisfazione/insoddisfazione dei consumatori rispetto alla politica sulle droghe nel proprio paese. Alla soddisfazione dei consumatori di Amsterdam (70%) fa specchio perfetto la percentuale di soddisfatti in Brema (solo il 30%) e viceversa.
La tabella 11.3 mostra uno dei dati più significativi, almeno nellÂ’ottica di questa analisi: è stato chiesto quanto tempo occorre per procurarsi un grammo di cannabis. In Amsterdam, anche grazie al sistema dei coffee shop, quasi tutti affermano di potersela procurare in meno di unÂ’ora (nelle altre due città siamo invece al 20%). Ma oltre lÂ’80% in San Francisco e Brema ha affermato di potersela procurare in uno o due giorni massimo. Sempre in queste due città oltre un intervistato su tre ha la percezione di venire in contatto con la criminalità quando acquista cannabis: sensazione che nessuno o quasi ha in Amsterdam, data la presenza dei summenzionati coffe shop.
Adesso che abbiamo esposto, in maniera certo sintetica e riduttiva, ma, speriamo, non per questo meno efficace, i risultati di questo studio, che giova sottolinearlo, ha coinvolto oltre 7000 persone, possiamo fare in autonomia qualche riflessione sui risultati. Nel far questo, avremo come riferimento le obiezioni avanzate verso la cannabis dai proibizionisti, con particolare riferimento a quanto sostenuto negli anni Â’30 da Anslinger e dai suoi.
La fotografia del consumatore medio di cannabis che traspare da questo studio non ha nulla a che vedere col ritratto del criminale, omicida e violentatore potenziale descritta da Anslinger. Il consumatore di cannabis può appartenere allÂ’uno o allÂ’altro sesso, lo si trova in tutte le categorie professionali ed in tutte le fasce di reddito. Dallo studio emerge in via prevalente, ma di certo non esaustiva, il ritratto di un fumatore colto, lavoratore e che guadagna bene. Esso è bene inserito nel tessuto sociale in cui vive, ha un lavoro ed è in grado di mantenerlo anche per lunghi periodi di tempo. Non si lascia andare, ma autoregola il consumo e le modalità di esso in modo preciso. Una volta datosi delle regole le rispetta. Esso è in grado di individuare circostanze che gli sconsigliano lÂ’uso; una volta individuate esso si comporta di conseguenza. Ha molto chiaro ciò che vuole, elementi quali il prezzo della cannabis, la difficoltà o meno nel reperirla, lÂ’esporsi a rischi di carattere legale non sembrano influenzarlo più di tanto.
Se invece osserviamo i risultati da un punto di vista oggettivo, allora diviene chiaro il motivo per cui i due sociologi olandesi hanno provocatoriamente intitolato il proprio studio The Irrelevance of Drug Policy. In una città della ultra-proibizionista America, o nella liberale Olanda ci sono più o meno le stesse percentuali di assuntori di cannabis, con San Francisco in testa. Il dato viene confermato anche a riguardo delle droghe pesanti, dove è sempre la metropoli californiana a prevalere nettamente.
Il proibizionismo ha almeno reso la vita più dura ai consumatori di cannabis?
Pare proprio di no, dato che da un punto di vista soggettivo non pare avere modificato le loro abitudini (vedi sopra); da un punto di vista oggettivo neanche, dato che quattro persone su cinque che vivono a San Francisco o Brema non hanno difficoltà a procurarsi cannabis, almeno in piccole quantità, entro un paio di giorni al massimo.
In sintesi questo studio pare smentire nettamente sia il ritratto del fumatore in voga negli anni Â’30, sia lÂ’opinione di quelli che credono che basti una norma proibitiva di carattere penale per modificare le abitudini dei consumatori e sradicare il consumo.
LÂ’impressione forte che si ricava è invece che ogni consumatore di cannabis abbia una propria storia, un percorso di consumo. Questo cammino pare pochissimo influenzato dalla presenza nella propria legislazione nazionale, di una norma di tipo punitivo verso il consumo di cannabis.
[1] P. Cohen, L. Hendrien, “ The irrilevance of Drug Policy; Patterns and careers of experienced cannabis use in the population of Amsterdam, San Francisco and Bremen”, CEDRO-UVA, Amsterdam, (2001) p. 16
[2] P. Cohen, L. Hendrien, “ The irrilevance of Drug Policy; Patterns and careers of experienced cannabis use in the population of Amsterdam, San Francisco and Bremen”, CEDRO-UVA, Amsterdam, (2001) pp. 16 33
[3] P. Cohen, L. Hendrien, “ The irrilevance of Drug Policy; Patterns and careers of experienced cannabis use in the population of Amsterdam, San Francisco and Bremen”, CEDRO-UVA, Amsterdam, (2001) pp. 35 39 – Tabelle da 2.1 a 2.17
[4]Trad: tra i partecipanti a questo studio molti rientrano nella fascia tra 25 e 45 anni e hanno un partner fisso, anche se quasi la metà vive da solo. Tendono a non avere figlio, sono generalmente ben educati, hanno un impiego stabile e guadagnano bene. Inoltre sembrano essere espansivi e non particolarmente criminali. Nonostante vi siamo differenze tra i tre campioni (gli intervistati di San Francisco sembrano essere leggermente più vecchi, lavorano di più e guadagnano di più) questo non invalida le conclusioni generali. [Â…] Per ultimo agli intervistati è stato chiesto riguardo al loro passato criminale. EÂ’ stato rilevato che solo una percentuale estremamente piccola degli intervistati ha subito condann penali nei quattro anni precedenti allÂ’intervista e che non ci sono diferenze aprezzabili tra i tre campioni.
P. Cohen, L. Hendrien, “ The irrilevance of Drug Policy; Patterns and careers of experienced cannabis use in the population of Amsterdam, San Francisco and Bremen”, CEDRO-UVA, Amsterdam, (2001) p. 35 (prima parte) e p. 38 (seconda parte).
[5] Trad: le emozioni menzionate dagli intervistati in tutte e tre le città sono chiaramente di segno positivo quali essere rilassato, sentirsi bene, essere cordiale e di buon umore, e felicità. Sono state inoltre espresse emozioni negative, ma da parte di una esigua minoranza. Comunque le proporzioni sono simili nei tre campioni: depressione, sentirsi male, tensione, preoccupazioni e problemi sono menzionati dal 10-16% degli intervistati.
P. Cohen, L. Hendrien, “ The irrilevance of Drug Policy; Patterns and careers of experienced cannabis use in the population of Amsterdam, San Francisco and Bremen”, CEDRO-UVA, Amsterdam, (2001) p. 64


